LA CLAVA DEL COSTO ZERO E LA RICERCA CHE SERVE AL PAESE

È notizia di ieri che il MEF ha bocciato l'ipotesi di riforma degli EPR in particolare nella parte che riguardava l'ordinamento.


In poche parole la trasformazione dei livelli I e II, con annessa chiusura ad esaurimento del III, non sta dentro il “costo zero” previsto per questa riforma. Quella dell'ordinamento era anche la questione più controversa della bozza presentata dal Ministro Giannini, in virtù del fatto che  avrebbe trasformato il sistema degli EPR in un nuovo sistema baronale (e solo una minoranza dei I-II livelli ne avrebbe tratto vantaggio), con una serie di conseguenze nefaste.


Quindi, anche se in questo caso lo stop del MEF impedisce un peggioramento delle condizioni per circa 24 mila lavoratori (di cui 8000 precati licenziati), si impone, però, una riflessione tra coloro che ritengono che una riforma degli Enti Pubblici di Ricerca sia comunque necessaria.


Il dato politico di oggi non è la bocciatura dell'ordinamento baronale proposto dal Ministro Giannini, quanto l'inderogabilità del “costo zero” sulla ricerca pubblica a fronte di 2,5 miliardi di investimento del Governo Renzi sull'IIT e di ‘regalie’ alle imprese su brevetti e marchi.


Dietro questo paradigma c'è l'idea del Governo su quale sia la concezione della Ricerca, pubblica nelle risorse e privata nella gestione, rispetto alla quale ci si deve saper confrontare se si intende agire in difesa di un concetto di Ricerca Pubblica diametralmente opposto che vede nel finanziamento pubblico la logica conseguenza di una intelligenza collettiva al servizio della cosiddetta committenza sociale. La partita che si sta giocando è di questo livello. È importante avere una visione complessiva perchè altrimenti si rischia di cadere nel tranello, costruito ad arte da altre OOSS, di mettersi a sindacare sulle virgole e per poi raccogliere le solite briciole regalate dal Governo, soprattutto se amico, e non modificare nulla dell'impianto complessivo.


La bozza di riforma della Giannini non è, quindi, una riforma “fatta con i piedi”, è una riforma che sottende ad una profonda trasformazione della Ricerca Pubblica, sulla falsariga di quanto sta avvenendo nel resto del Paese, in particolare nel settore pubblico. Per cui se non si combatte l'idea di fondo e ci si accontenta di limitare i danni, ci si rende complici del progetto governativo ed è quanto stanno facendo CGIL CISL e UIL, non solo nella Ricerca.


Che fare? USB si è schierata, subito dopo la pubblicazione della bozza Giannini, per il ritiro immediato, senza se e senza ma. Precedentemente aveva tentato di presentare alcune proposte al Ministro Madia, proprio nella convinzione che la legge delega potesse essere un'occasione da sfruttare. Evidentemente non è così, perché la delega in mano a questo esecutivo, è un'arma pericolosissima.


Adesso riteniamo sia il momento di proporre al Paese, ai cittadini, al Parlamento un'idea alternativa che sia anche piattaforma di lotta per l'autunno che ci aspetta.


Partendo dall'assunto che una buona riforma degli EPR, non si può fare a costo zero, ma soprattutto dalla domanda, perchè dovremmo farla a costo zero se il Governo investe 2,5 miliardi sulla ricerca privata?


USB ha lanciato una pagina facebook m.facebook.com/manifesto.ricerca.pubblica/ come luogo di discussione sulla riforma che serve. Costruiamo insieme, in modo partecipato una riforma degli EPR che sia utile al Paese e che rispetti diritti e dignità dei lavoratori della Ricerca Pubblica.

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