Il nervosismo dei vertici INAF: post censurati e caccia alle alleanze per negare i diritti

Roma -

La rimozione di un post, in un canale ufficiale INAF, che durante la Notte Europea dei Ricercatori e delle Ricercatrici, denunciava la drammatica condizione dei 719 precari a rischio licenziamento, dimostra una cosa chiara: la dirigenza non tollera che i problemi dell’Ente vengano resi pubblici.

Tale atteggiamento trova la sua massima espressione nell'applicazione di una policy per la ‘’comunicazione’’ che ammette esclusivamente contenuti di natura "scientifica". Una scelta che si traduce nel sistematico silenziamento delle istanze di chi la ricerca la porta avanti quotidianamente, arrivando al grave paradosso di costringere il personale addetto alla comunicazione a censurare i propri colleghi.

Fortunatamente, come USB abbiamo potuto scoprire questa dinamica grazie a un post pacato, coraggioso e coerente diffuso da alcuni colleghi sui propri canali. Questo ci ha consentito di intervenire subito, predisponendo immediatamente un'adeguata tutela sindacale e legale per le persone coinvolte.

L'INAF continua così a celebrare i propri successi, oscurando al contempo il profondo disagio di lavoratori a cui viene negata ogni prospettiva futura.

Riteniamo inaccettabile una linea editoriale che concede spazio all'entusiasmo per i risultati accademici, ma vieta rigorosamente di esprimere preoccupazione per la propria condizione occupazionale, operando di fatto una vera e propria dittatura, in cui si decide di censurare non solo i diritti, ma persino i sentimenti e la dignità delle persone.

Per INAF, le proteste devono restare confinate nei corridoi o limitarsi a inefficaci presidi davanti al Ministero dell’Università che non concede nulla.

Non si tratta di un episodio isolato. L'intolleranza verso chi rivendica i propri diritti si salda con la ricerca di alleanze di comodo. Basti pensare al recente comunicato CISL, che prospetta un'applicazione selettiva e discrezionale di un anticipo di fascia che invece è un diritto universale e così deve restare. Tutto questo mentre USB annunciava le prime vittorie su questo tipo di ricorsi che garantiscono la ricostruzione integrale di carriera con i dovuti arretrati.

È evidente: quando i lavoratori alzano la testa e rivendicano i propri diritti, i vertici, ormai sempre più distanti dal personale, introducono ogni strumento per soffocare il dissenso e arginare i diritti.

Quale sarà il risultato di questa gestione? Secondo USB, la morte dell’INAF.

Le ragioni sono sotto gli occhi di tutti:

  • Stipendi da fame: tutto il personale INAF ha le retribuzioni tra le più basse dell'intero settore ricerca.
  • Blocco delle assunzioni: un'interpretazione ministeriale restrittiva ha di fatto chiuso la capacità assunzionale dell’INAF limitandola alla pianta organica, azzerando così l'attrattiva dell'Ente per le nuove generazioni.
  • Sfruttamento e precariato: i contratti atipici e gli assegni di ricerca nascondono un vero e proprio lavoro subordinato. Un abuso che prima o poi chiamerà i vertici a risponderne nelle sedi legali nazionali ed europee dopo le denunce di USB in tutte le sedi.

Questa politica, incapace persino di coprire i futuri pensionamenti con nuove assunzioni, riporta l'INAF agli anni bui del precariato storico, trasformando un ente pubblico di ricerca in un'appendice burocratica del Ministero.

Cosa pretendiamo? Che questa dirigenza faccia il proprio lavoro o vada a casa.

Crediamo che la dirigenza non debba limitarsi a presentare l'eccellenza scientifica dell’ Ente, ma debba impegnarsi nel difendere e valorizzare chi quella scienza la produce materialmente, garantendogli le giuste prospettive per il futuro.

Ci servono vertici che "battano cassa" presso il Governo per ottenere un reale incremento del Fondo Ordinario e risorse per stabilizzazioni e progressioni di carriera. Purtroppo, mentre in altri enti di ricerca questo avviene regolarmente, in INAF assistiamo a un'inerzia preoccupante (limitandosi ad uno tra i tanti esempi possibili: la cadenza geologica delle procedure art. 53/54). Abbiamo però constatato la tempestività d'azione dei vertici in altre occasioni – operando perfino con un CdA incompleto – ma la medesima determinazione manca del tutto quando si tratta di riconoscere i diritti dei dipendenti: anticipi di fascia, ricostruzione dell'anzianità e superamento del precariato. Verso le istituzioni, l'INAF preferisce esibire esclusivamente il proprio prestigio scientifico, eludendo la questione lavorativa.

Non ci resta che un’arma: organizzarci con la chiara piattaforma sindacale di USB che non fa sconti e non cerca la compiacenza dei vertici. Solo l'ombrello del sindacato, infatti, può tutelare concretamente dalla censura e dal rischio di ritorsioni o procedimenti disciplinari. Non dimentichiamolo: personale e dirigenza non sono amici, ma controparti.

Forti di questa tutela, rompiamo il muro del silenzio e dimostriamo al Paese che questa governance non è adatta a guidare l’INAF: è funzionale solo a chi preferisce investire in armi anziché nella ricerca pubblica.

 

Direttivo USB PI Ricerca INAF