Istat: I puntini sulle 3-i

Roma -

Martedì 17 maggio si è svolta la prima assemblea informativa e operativa dedicata alla società 3-i SpA. Un appuntamento fortemente voluto e ottenuto dalla direzione DCIT -piombata da un mese nell’incubo dell’esternalizzazione e della privatizzazione- che ha ritenuto imprescindibile coinvolgere e responsabilizzare l’Istituto tutto rispetto al pericolo imminente che travolgerà le funzioni di più Direzioni in tempi sbalorditivamente rapidi.

Come anche ricordato in assemblea, l’Istat, come per gli altri istituti di statistica europei ed Eurostat stesso, è dotato di autonomia ed indipendenza dall’esecutivo, affinché ne sia tutelata l’affidabilità e l’autorevolezza, ponendola al riparo dalle prevedibili ingerenze del governo di turno. Oltre alle affermazioni di principio, la legge prevede una serie di meccanismi e organi posti a tutelare questa indipendenza: ad esempio, il meccanismo di elezione del Presidente, che prevede il voto favorevole dei 2/3 delle commissioni parlamentari, ma anche il fatto stesso che l’organo decisionale dell’Istat, il Consiglio, sia collegiale, che sia previsto il Comitato di Garanzia dell’Informazione Statistica, che appunto vigila sull’indipendenza dell’Istat, e via discorrendo.

A fronte di tutte queste garanzie previste dalla legislazione nazionale e comunitaria, cosa succede? Che il Governo italiano (non il Parlamento, e di certo non l’Istat!) decide di trasferire il comparto dell’informatica Istat ad una società privata e stabilisce anche che l’Istat deve mettere denari, immobili, apparati, funzioni, know how e quant’altro. Alla faccia dell’autonomia!

Poco conta che il decreto-legge 322/89 (la legge che delinea l’ordinamento dell’Istat e del Sistan, e determina quel quadro di garanzie e tutele cui si accennava) all’articolo 22, comma e, stabilisca che spetta appunto al Consiglio “di deliberare la partecipazione dell'ISTAT al capitale di enti e società “.

A questo come reagisce l’Istat? Silenzio più totale. Degli organi di vertice, del Consiglio, dei direttori.

Anzi, no: il Presidente -che per inciso presiede anche il Consiglio- nomina il direttore DCIT quale referente del progetto, accettando supinamente l’imposizione del Governo e l’aggiramento delle norme e del Consiglio. Tutto a posto. È ineluttabile.

Ma quand’anche fosse una decisione del Consiglio, sarebbe comunque un’operazione inaccettabile per entità e connotati. L’informatica in Istat non è esattamente un qualunque servizio accessorio, tipo la guardiania. È così intrinsecamente connessa con il core business dell’Istat da farne essa stessa parte: è mai possibile pensare ad una statistica senza l’informatica? La SAS, la Oracle, etc. ne sanno qualcosa…

E quale autonomia si ritiene di poter mantenere nell’ambito di una società pensata, voluta, e gestita dal Governo? Anzitutto, le altre 2 i di cui l’Istat sarebbe socio ‘alla pari’, cioè INPS e INAIL, sono subordinate al Ministero del Lavoro. E già in 1 su 3 si è in minoranza. Ma non basta. Nel CdA della 3-i ci sono altri 2 membri che non portano capitale, uno nominato dal Ministero del Lavoro e uno dal Ministro dell’Innovazione Tecnologica o dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, quest’ultimo -guarda un po’- con funzioni di Presidente del CdA. Eppure il nostro Presidente è convinto che proprio partecipare alla società permetterà all’Istat di mantenere la propria indipendenza. Sogno di una notte di mezza estate…

Piuttosto, a tutto questo, come reagisce la “Commissione per la garanzia della qualità dell'informazione statistica” (COGIS, 322/89 art.12 lett. a e b), cioè l’organo deputato a vigilare su imparzialità, conformità a regolamenti, rispetto della normativa etc. etc.? Niente. Silenzio. Tutto a posto.

La stessa COGIS, ed i vertici Istat, dovrebbero anche preoccuparsi delle implicazioni derivanti dal metter a fattor comune i dati Istat con quelli INPS e INAIL. Oltre alle chiare implicazioni sotto il profilo della privacy dei cittadini, di cui sperabilmente il Garante vorrà occuparsi, si aggiunge la questione del segreto statistico Sempre 322/89 (art.9, c.1 e 2): “I dati raccolti nell'ambito di rilevazioni statistiche […] non possono essere esternati se non in forma aggregata, in modo che non se ne possa trarre alcun riferimento relativamente a persone identificabili, e possono essere utilizzati solo per scopi statistici. […] non possono essere comunicati o diffusi se non in forma aggregata e secondo modalità che rendano non identificabili gli interessati ad alcun soggetto esterno, pubblico o privato, né ad alcun ufficio della pubblica amministrazione. In ogni caso, i dati non possono essere utilizzati al fine di identificare nuovamente gli interessati.”

Invece, nelle audizioni precedenti, i vertici di INPS e INAIL si sono sperticati a sottolineare la necessità di ‘non essere gelosi dei propri dati’ e come l’uso integrato dei dati dei 3 enti possa agevolare e migliorare i servizi resi al cittadino, proprio perché basati sulla messa a fattor comune di tutte le informazioni disponibili.

A nulla giovano le rassicurazioni in merito fornite dal Presidente dell’Istat: il modo migliore per mantenere il controllo sui dati dell’Istat è NON DARLI ad una società di cui non avremo il controllo!

Ancora una volta, è evidente che l’Istat, per la propria natura di ente di ricerca e in qualità di Istituto Nazionale di Statistica, per le necessità di autonomia, indipendenza e tutela del dato statistico, non può trasferire una parte così importante della propria essenza ad una società privata gestita dal Governo e in cui confluiscono solo parti della Pubblica Amministrazione.

Insomma, ci troviamo di fronte ad un’operazione colossale, ordita dal Governo, che calpesta leggi e principi nazionali e comunitari, compromettendo l’autorevolezza e la funzionalità stessa dell’Istituto di Statistica italiano e gettando nel tritacarne, presso una società privata, la professionalità e le carriere dei colleghi informatici che –costretti finora a lavorare in condizioni sempre più disastrosamente sotto organico- si trovano ora con la prospettiva, dopo anni di competente servizio in cui hanno ‘retto in piedi la baracca’ insieme a tutti i lavoratori dell’Istat, ad essere dismessi, riallocati, trattati come un peso morto di cui disfarsi in qualche maniera.

E la tanto attesa informativa Istat alle OOSS di martedì 17 maggio, nulla aggiunge a questo panorama desolante, essendo una parafrasi magniloquente e fumosa del testo del decreto. Anzi, laddove finalmente affronta il nodo del personale, lascia spazio ad ambiguità estremamente preoccupanti, citando assegnazioni/distacchi temporanei senza che ne sia specificato il necessario carattere di volontarietà, a questo punto promesso solo a parole dal direttore DCIT e dal Presidente.

 

A tutto questo, stante la piaggeria dimostrata finora dai vertici Istat, ci si deve opporre subito, con la determinazione e la forza che lo stato di cose rendono necessarie.

Dentro l’Istituto, dentro il Parlamento. 

 

Giù le mani! L’Istat non si privatizza!

 

 

USB Pubblico Impiego Istat

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